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Domare la
tigre
Akong Tulku
Rinpoche
La mente è alla radice
dell’esperienza che facciamo sia di noi stessi sia degli altri. Se non siamo
in grado di percepire il mondo chiaramente, ne deriverà sicuramente
confusione e sofferenza. Saremo come qualcuno con un difetto alla vista che
gli fa vedere il mondo capovolto, o come una persona paurosa che si spaventa
di qualsiasi cosa. Potremmo anche essere in gran parte inconsapevoli della
nostra ignoranza e delle nostre percezioni distorte, ma allo stato attuale
la nostra mente può essere paragonata ad una tigre selvaggia che sconvolge
la nostra vita quotidiana. Motivata dal desiderio, dall’odio e dalla
confusione, questa mente non domata persegue ciecamente ciò che desidera e
fa a pezzi tutto quanto le si oppone, con poca o spesso nessuna reale
comprensione di come stanno realmente le cose.
La violenza con la quale
abbiamo a che fare non è semplicemente quella della rabbia e della collera,
ma è molto più profonda. La tendenza a lasciarci guidare dall’ignoranza,
dall’odio e dall’illusione ci rende schiavi e permette alla confusione e
alle emozioni negative di prevalere. Perciò la mente diviene aggressiva e
incontrollabile e la nostra libertà viene distrutta. Solitamente siamo così
ciechi da non renderci nemmeno conto di quanto aggressiva sia diventata in
realtà la nostra mente. Quando le cose vanno male, abbiamo la tendenza ad
incolpare gli altri o le circostanze esteriori anziché cercare in noi stessi
le cause della sofferenza. Ma se vogliamo davvero trovare un giorno la vera
pace e la vera felicità, è proprio quella mente non addomesticata che
dobbiamo affrontare. Solo allora riusciremo ad usare la nostra energia in
maniera più positiva ed equilibrata, in modo da non fare del male a noi
stessi e agli altri.
Per riuscire a domare la
tigre dobbiamo prima catturarla. Sono entrambi obiettivi difficili da
raggiungere, ma si tratta di difficoltà e pericoli che proprio non possiamo
evitare. Se un bambino è debole e gracile non serve a niente permettergli di
fare quello che vuole. E’ responsabilità dei genitori incoraggiare il
bambino a camminare affinché cresca adeguatamente e il corpo si rafforzi.
Perciò la fermezza dei genitori può essere considerata una manifestazione
della vera compassione. Alla stessa maniera, sebbene domare la mente possa
essere difficile, addirittura doloroso all’inizio, è necessario impegnarsi a
farlo.
Vi possono essere
differenze fra asiatici e occidentali nei tratti somatici,
nell’abbigliamento, nei costumi e nel modo di parlare, ma la natura umana è
universale e scorre più in profondità rispetto alle semplici caratteristiche
razziali o al colore della pelle. La gentilezza, ovunque si manifesti,
generalmente provoca una reazione positiva, mentre il suo opposto causa
rabbia, dispiacere o dolore. Quando consideriamo la gioia e la sofferenza in
maniera molto pratica e diretta, è evidente che la mente, che sta
all’origine di tutto ciò che facciamo o diciamo, è essenzialmente la stessa.
Ad oriente come ad occidente. E tuttavia, dov’è la mente? Dobbiamo solo
osservare le situazioni quotidiane ed esaminare il nostro comportamento, i
nostri desideri e la nostra sofferenza nella vita di ogni giorno per
scoprirne la presenza.
Poiché siamo esseri umani,
la nostra vita è fortemente caratterizzata dal desiderio e dall’attaccamento
e ciò può essere causa di grandi sofferenze, sia per noi stessi sia per gli
altri. Se il nostro desiderio resta insoddisfatto diventiamo infelici. Anche
quando otteniamo ciò che vogliamo la felicità che ne ricaviamo è solo
temporanea, poiché invariabilmente ad essa subentra un nuovo desiderio. Di
giorno in giorno tutto ciò che facciamo è tentare di soddisfare sempre nuovi
desideri, infiniti e senza forma, vasti come il cielo. Tale processo si
ripete per tutta la durata della vita. Da bambini vogliamo un sacco di
giocattoli, uno non ci basta, e a turno ci stanchiamo presto di ciascuno. In
seguito possiamo avere aspirazioni accademiche, o desiderare molti amici. Il
desiderio ci spinge ad accumulare beni materiali; a possedere un sacco di
vestiti diversi, a comprare cibi raffinati, a comprare case, automobili,
radio e televisioni. Forse più comprensibilmente, desideriamo anche essere
attraenti, o evitare le malattie per tutta la vita. Oppure possiamo perfino
ammalarci con lo scopo di attrarre attenzione, solidarietà, gentilezza;
però, una volta ammalati, vogliamo guarire subito!
Allo stesso modo, il nostro
rapporto con il cibo può essere influenzato: quando abbiamo lo stomaco
pieno, vorremmo che fosse vuoto; quando è vuoto, vorremmo che fosse pieno.
In tutte queste circostanze sogniamo e siamo costantemente alla ricerca di
ciò che non abbiamo, e non siamo mai veramente soddisfatti. A dispetto di
tutti i nostri sforzi, della fatica e delle spese, non riusciamo mai a
realizzare i nostri desideri.
L’errore è che non
cerchiamo la felicità dentro di noi, non ci rendiamo conto che la vera
felicità risiede unicamente in noi stessi. Se ammiriamo un determinato fiore
e lo cogliamo, in pochi giorni perderà la sua bellezza. Ma mentre sfiorisce
e muore, il nostro desiderio rimane e vogliamo un altro fiore. Chiaramente
il nostro desiderio non potrà mai essere soddisfatto per sempre da un
singolo fiore, ci sarà sempre il bisogno di un rifornimento continuo. Quindi
ciò che serve è cambiare la maniera in cui percepiamo il mondo. Dobbiamo
imparare ad accettare il desiderio senza tuttavia esserne soggiogati, solo
allora saremo soddisfatti di ciò che già abbiamo anziché continuare a
desiderare sempre di più. Il desiderio è senza limiti. Poiché si ritiene che
la mente non abbia né forma né termine, allora nella stessa maniera il
desiderio è privo di forma e termine e si perpetua all’infinito. Soltanto
domando la mente, dunque, possiamo appagare l’infinita ricerca di
gratificazione e sviluppare la comprensione. Allora diventiamo un po’ più
maturi, un po’ più adulti.
Naturalmente, in una certa
misura la nostra mente è già addestrata. Da bambini ci limitiamo
semplicemente ad agire, muoverci, fare rumori, basandoci sull’impulso.
Crescendo impariamo una certa misura di controllo e di indipendenza. I
rapporti con le persone e le prove da superare quotidianamente ci fanno
sviluppare un certo livello di comprensione e di maturità in maniera
naturale e, dunque, possiamo dire di aver già in parte domato la tigre, col
semplice vivere e crescere quotidiano. Tuttavia, ancora non riusciamo a
cavalcarla.
Gurdjief esprime
l’addestramento mentale nei termini di un cavallo selvaggio e del suo
domatore. Non è possibile domare un cavallo selvaggio né lasciandolo
completamente a se stesso, né picchiandolo in continuazione. Metodi così
estremi falliranno inevitabilmente. E’ necessario trovare una via di mezzo.
Da una parte, niente si ricaverà dall’atteggiamento negativo per il quale
non vale la pena cercare di addomesticare il cavallo. Dall’altra parte,
dobbiamo accettare il fatto che il cavallo è selvaggio e dobbiamo adottare
un approccio compassionevole nel suo addestramento. E forse, cosa ancora più
importante, anche il cavallo deve accettarci nel ruolo di domatori.
La maturità è possibile
solo nel momento in cui accettiamo chi siamo. Non serve giustificare la
nostra aggressività incolpando la società, la famiglia o i nostri nemici.
Dobbiamo in qualche modo trovare un accordo con noi stessi su come siamo e
accettare i nostri pensieri, buoni o cattivi che siano. Qualsiasi pensiero
nasca, qualsiasi emozione sorga, lasciamo che faccia il suo corso, senza
seguirla impulsivamente, senza cercare di sopprimerla, senza cercare di
farla prigioniera.
Ad esempio, se separiamo i
pensieri cattivi e le nostre emozioni negative, e invece di accettarle
cerchiamo di nasconderle nel sacco della spazzatura, prima o poi il sacco
sarà talmente pieno da esplodere. Ciò potrebbe portare a disturbi mentali e,
proprio come una tigre non addestrata, potremmo causare un sacco di problemi
e di sofferenza. E’ invece possibile lavorare con ciò che è negativo e
trasformarlo: il potere della tigre può essere impiegato per scopi positivi.
L’approccio migliore è
quello che consente di domare la tigre con dignità e senso di accettazione.
Accettiamo la tigre anche quando non la possiamo vedere direttamente. La
cosa importante è affrontare la situazione così com’è. Indipendentemente dal
fatto di essere o meno religiosi, uomini o donne, giovani o vecchi, tutti
condividiamo sofferenze assai simili, solo le cause di tali sofferenze sono
sostanzialmente diverse. Se siamo già in età avanzata, ad esempio,
sperimentiamo la sofferenza che accompagna l’anzianità; se di mezz’età,
quella che deriva dall’ambiente lavorativo e dai rapporti interpersonali; se
giovani, la sofferenza dell’educazione e della crescita. Durante tutto il
corso della vita dobbiamo affrontare tipi diversi di sofferenza, soggetti
allo sviluppo e ai cambiamenti del corpo.
Benché possa esserci una
grande varietà di sofferenza, di intensità e gradazione variabile, esiste
un'unica maniera efficace per liberarci dal dolore dell’esistenza, e cioè
accettarlo. Affronteremo ancora le stesse circostanze quotidiane, ma la
smetteremo di costringere il mondo intero ad adattarsi ai nostri desideri e
alle nostre proiezioni. Se siamo invecchiati, accetteremo di essere vecchi;
se siamo giovani, lo accetteremo a prescindere dalle situazioni in cui ci
troveremo, semplicemente lo accetteremo. Una volta realizzata questa
capacità di accettazione, saremo in gran misura liberi dalla sofferenza;
quando saremo pronti a lasciare andare la sofferenza, sarà lei a lasciarci
in maniera naturale, spontaneamente.
Tutto questo non significa
che la soluzione sta nello sviluppare una totale inerzia e passività nei
confronti del mondo. Né dobbiamo combattere perennemente per rendere la
nostra vita perfetta. Cercheremo, invece, di seguire una via di mezzo fra i
due estremi. Accettati i limiti dell’esistenza umana, saremo felici di fare
quanto di meglio possiamo in ogni circostanza e di comportarci in maniera
elastica basandoci sul nostro grado di comprensione, consapevoli sia del
nostro sviluppo sia della situazione che ci si presenta. Il nostro scopo
ultimo è liberarci completamente dalle cause di afflizione e cessare di
provocare sofferenza a noi stessi e agli altri.
Innanzitutto, cerchiamo il
rimedio alla nostra sofferenza. La maniera per riuscirci è, a grande linee,
la stessa ovunque. Una volta compreso che le cause della sofferenza
risiedono principalmente nell’incapacità della mente di appagare i propri
desideri, cominciamo a renderci conto che queste cause sono interiori e non
semplicemente prodotti dell’ambiente esterno. Qualsiasi sia la società dalla
quale proveniamo, che siamo o meno persone religiose, la comprensione che il
desiderio nasce nella nostra mente ci permette di cominciare il nostro
progresso. Ci renderemo conto che anche gli altri soffrono come noi e la
compassione sorgerà spontanea. Oltre a questo capiremo che anche gli altri,
proprio come noi, desiderano solo essere felici.
Compassione è il desiderio
di essere di beneficio a tutti gli esseri e liberarli dalle cause della
sofferenza. Tuttavia, quando ‘incolpiamo’ noi stessi per le difficoltà che
sorgono nella mente, può sembrare che dimostriamo poca compassione nei
nostri stessi confronti. E se non abbiamo compassione per noi stessi, come
possiamo coltivarla nei confronti degli altri? In realtà non si tratta di
parlare di “colpa”, né di cercare di torturarci o punirci. Riconosciamo
semplicemente che il desiderio nasce nella nostra mente e non altrove.
Questa comprensione e la sua accettazione risvegliano dentro di noi fiducia
e saggezza e cominciamo a capire che il desiderio nasce nella mente delle
persone esattamente come nasce nella nostra. A quel punto saremo capaci di
correlarci agli altri, e la compassione nei loro confronti crescerà. Sarà
allora il tempo della vera amicizia.
Capire come domare la mente
è utile per tutti, non solo per i principianti. Possiamo pensare di essere
molto colti e di saperla lunga sui fatti della vita, ma per tutti noi la
cosa importante, quella essenziale, la principale è domare la mente. In
questo modo possiamo sviluppare compassione e essere amici di noi stessi e
degli altri, invece di essere nemici. Un detto tibetano afferma che è molto
facile farsi dei nemici, ma per sviluppare l’amicizia serve molto, molto
tempo. La strada per superare la sofferenza passa attraverso lo sviluppo
dell’amicizia all’interno delle famiglie, della società e fra le nazioni in
tutto il mondo. Cerchiamo di essere gentili gli uni con gli altri, sempre.
‘Una mente domata conduce
alla felicità’.
Buddha Sakyamuni
© 2004 Kagyu Samye Dzong Venezia
- vietata la riproduzione anche parziale senza la preventiva autorizzazione
scritta del Kagyu Samye Dzong Venezia.

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